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Responsible Labelling

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Responsible Labelling (Etichetta responsabile) è il mezzo di comunicazione apposto sul prodotto (o sul suo imballo) che fornisce al consumatore finale le informazioni raccolte nel corso di un processo di Due Diligence volontario eseguito da parte di una terza parte indipendente su tutti gli aspetti di responsabilità sociale di un'organizzazione:

Il processo di Due Diligence, svolto in riferimento a linee guida e standard riconosciuti a livello internazionale, consente di concedere a un'organizzazione la facoltà di utilizzare un'etichetta responsabile sui prodotti realizzati in una specifica unità (fabbrica, ufficio, centro servizi, etc.).

Il termine "Responsible Labelling" (Etichettatura Responsabile) è la naturale evoluzione del termine "Etichettatura sociale" che ha fatto la sua comparsa negli anni '90. Inizialmente il termine "etichetta sociale" aveva un significato limitato ai soli aspetti di diritti umani e condizioni di lavoro decenti[1]. Nel corso degli anni il perimetro della nozione si è ampliato e agli aspetti sociali si sono aggiunti quelli relativi agli aspetti di salute e sicurezza dei lavoratori, tutela dell'ambiente e corrette pratiche commerciali fino alla formulazione del "Responsabilità Sociale".

La Responsabilità Sociale, definita dalla norma ISO 26000, è “la responsibilità di un'organizzazione per gli impatti delle sue decisioni e attività sulla società e l'ambiente attraverso un comportamento etico e trasparente che:

  • contribuisce allo sviluppo sostenibile inclusa la salute e il benesse della società;
  • tiene conto delle aspettative di tutti gli Stakeholder;
  • agisce in conformità con regole e norme internazionali di condotta e
  • è integrata all'interno dell'organizzazione ed è praticata nelle sue relazioni

L'evoluzione del concetto "sociale" avvenuta tra la fine del secolo scorso e i giorni nostri e il progressivo arricchimento del suo significato ha portato alla definizione e diffusione di un termine di livello logico superiore quale "Responsabile" di cui l'aspetto "sociale" è uno tra altri aspetti inclusi nel termine Responsabile.

Per questa ragione anche il termine "responsabile" associato al vocabolo "etichettatura" rappresenta l'evoluzione del termine "etichettatura sociale" corrispondente all'ampliamento di significato del "sociale".

Il termine Responsible Labelling (etichetta responsbile) esprime l'idea di un mezzo utile a fornire alle parti interessate (clienti, consumatori, etc.) informazioni affidabili e trasparenti sul luogo in cui è stato realizzato un prodotto con l'obiettivo di migliorare la loro fiducia sul fatto che il marchio o il prodotto scelto sia stato realizzato da fornitori responsabili.

Un'etichetta responsabile guida le decisioni di acquisto dei consumatori. Nelle relazioni Business to Business le etichette responsabili sono uno strumento utile a misurare i rischi di impatti avversi che possono provocare al cliente costi inattesi (finanziari, reputazionali, etc.) causati dai loro fornitori. Per le Pubbliche Autorità le etichette responsabili incoraggiano i cambi di comportamento nei sistemi di produzione e consumo verso la sostenibilità nel lungo periodo. Per i consumatori le etichette responsabili sono un mezzo per scegliere un marchio e/o un prodotto esercitando il diritto di acquistare in modo informato e responsabile.

L'Etichetta Responsabile favorisce la tracciabilità lungo le filiere di fornitura e consente alle informazioni sui fornitori di fluire verso il consumatore/cliente finale per consentire il diritto di acquisto informato e responsabile[2].

Gli schemi di Responsible Labelling si basano su una Due Diligence definita dall'OCSE come "un processo attraverso il quale le imprese identificano, prevengono e indirizzano attuali o potenziali impatti avversi (o danni)". La Due Diligence non è un normale sistema per la tracciabilità dei materiali o di gestione dei fornitori ma riguarda l'identificazione, la gestione e il monitoraggio dei rischi relativi alla sostenibilità di un prodotto e la responsabilità sociale del luogo in cui è realizzato.

Uno dei problemi segnalati in passato dalla stessa Unione Europea nel famoso Libro Verde del 2001 riguardava il rischio di profileferazione di marchi ed etichette non confrontabili tra loro a causa dell'assenza di standard di cui all'epoca si auspicava lo sviluppo.

Dapprima l'ISO (International Standardization Organization) con la norma ISO 26000:2010 e quindi l'OCSE, con le sue linee guida sulla Responsible Business Conduct e sui principi di una Due Diligence su filiere di fornitura responsabili hanno fornito il riferimento ideale per lo sviluppo di schemi di etichettatura responsabile.

Uno schema di Responsible Labelling basato su una Due Diligence svolta da una terza parte indipendente in riferimento a linee guida e norme internazionali, consente all'impresa di acquisire:

  1. il diritto di licenza d’uso di un'etichetta che potrà accompagnare il prodotto fino al consumatore finale
  2. la possibilità di inserire i dati rilevati nel corso dell’Assessment in una piattaforma Blockchain
  3. un rapporto finale che fornisce informazioni extra-finanziarie conformi ai requisiti di legge (es.: Direttiva EU 2014/95) da divulgare a investitori e altri Stakeholder relative al livello di implementazione di un sistema di gestione di responsabilità sociale e al livello dei rischi su ogni aspetto della responsabilità sociale

Cenni storici[modifica]

1948: L'assemblea delle Nazioni Unite approva la "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo"[3] come uno standard comune da raggiungere in tutte le nazioni.

2002: In occasione del World Summit sullo Sviluppo Sostenibile svolto a Johannesburg è stato adottato un piano di implementazione in accordo al quale la comunità internazionale promuove la CSR (Corporate Social Responsibility) e lo scambio di migliori pratiche nel contesto dello sviluppo sostenibile.

2003: United Nations Global Compact è un accordo non vincolane delle Nazioni Unite per incoraggiare il business in ogni parte del mondo ad adottare politiche di sostenibilità e responsabilità sociale e di riferire alle altre nazioni sulla sua implementazione. Il Global Compact delle Nazioni Unite è un quadro di riferimento basato su 10 principi nelle aree dei Diritti Umani, Lavoro, Ambiente e Anti-corruzione.

2003: Il Consiglio dell'Unione Europea approva la prima risoluzione sulla Corporate Social Responsibility.

2006: La Commissione delle Comunità Europee approva una comunicazione rivolta al Parlamento Europeo, al Consiglio e al Comitato Economico e Sociale "Il partenariato per la crescita e l'occupazione: fare dell'Europa un polo di eccellenza in materia di responsabilità sociale delle imprese"[4]

2010: L'ISO (International Organization for Standardization) pubblica la norma ISO 26000 Guida alla Responsabilità Sociale che copre tutti gli aspetti: diritti umani, pratiche del lavoro, salute e sicurezza, ambiente, prassi operative eque e diritti dei consumatori.

2011: L'OCSE pubblica la Guida per le imprese multinazionali.

2013: Il Parlamento Europeo approva una nuova risoluzione sulla CSR (Corporate Social Responsibility): comportamento commerciale trasparente e responsabile e sviluppo sostenibile.

2014: Il Consiglio dell'Unione Europea approva la Direttiva 2014/95, primo atto obbligatorio che riguarda la divulgazione di informazioni non finanziarie e relative alla diversità da parte di certi gruppi di grandi dimensioni. La direttiva impone la divulgazione al mercato di informazioni estese ai rischi lungo le catene di fornitura.

2015: Le Nazioni Unite approvano l'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile[5] e dall'1 Gennaio 2016 i 17 obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile entrano in vigore ufficialmente. Entro il 2030 i nuovi obiettivi si applicheranno universalmente a tutti e a tutti i paesi mobiliteranno sforzi per sradicare ogni forma di poverà, disuguaglianza e per contrastare il cambiamento climatico assicurando allo stesso tempo che nessuno sarà lasciato indietro.

2017 Il Parlamento Europeo approva la Risoluzione (27/04/2017) sull'iniziativa faro dell'UE nel settore dell'abbigliamento successivamente accolta dalle conclusioni del Consiglio Europeo[6] (19/05/2017).

2018: L'OCSE pubblica il documento "Due Diligence Guidance for Responsible Business Conduct".

Dal 1990 il numero di programi sociali, ambientali e sulla salute si è sviluppato in ogni parte del mondo e in ogni settore economico. Conseguentemente vi è stata un'esplosione nel numero di programmi di etichettatura. Molti sono ancora esistenti, altri sono stati fusi, cancellati o semplicemente scomparsi.

Il termine Responsible Labelling affonda infatti le radici in alcuni documenti pubblicati dall'ILO nella seconda metà degli anni '90 quando si cominciò a parlare di Social Labelling[7][8]. Il termine fu inserito nel Libro Verde della Commissione delle Comunità Europee pubblicato nel 2001 tuttavia la sua implementazione era impedita dall'assenza di norme a cui far riferimento per il rilascio dell'etichettatura. Il Social Labelling è stato definito come "l'atto o processo di apporre un'etichetta sui prodotti o sull'imballaggio per informare il cliente che i prodotti sono stati realizzati in condizioni di lavoro che soddisfano un insieme di requisiti sociali"[9]. Il ruolo del Social Labelling è stato successivamente sviluppato come strumento e media di comunicazione all'interno di catene di fornitura sempre più allungate e frammentate su scala globale[10][11].

Con l'avvento della CSR (Corporate Social Responsibility) negli anni '90 e 2000 vi è stato un continuo aumento delle norme volontarie e dei meccanismi di verifica di conformità a tali norme lungo le filiere di fornitura promossi da imprese, associazioni non governative e, nella maggior parte dei casi, senza la partecipazione dei Governi.

Molte aziende hanno iniziato ad adottare Codici di Condotta che hanno richiesto ai fabbricanti di aderire a certi standard come condizione per essere un loro fornitore. Contemporaneamente organizzazioni della società civili hanno richiesto la creazione di specifici modelli e riferimenti da utilizzare lungo filiere di fornitura globali. Questi sforzi hanno generato lo sviluppo di strumenti di soft-law in qualche caso sostenuti dai governi come per esempio i principi del Global Compact (Nazioni Unite), Guidelines for Multinational Enterprises (OCSE) e Principi Guida per i diritti umani nel business (Nazioni Unite).

L'approvazione di standard (come la ISO 26000:2010) e linee guida (OCSE) internazionali ha messo in evidenza come il termine "sociale" indicasse uno degli aspetti di un concetto più ampio: Responsabilità Sociale.

La nozione di Responsabilità Sociale emergente da questi standard (la cui pubblicazione era stata raccomandata nel 2001 nel Libro Verde della Commissione UE) ha assunto un significato molto più ampio rispetto a quello originario in quanto comprende non solo gli aspetti sociali (Diritti Umani e condizioni di lavoro decenti) ma anche gli aspetti di Salute e Sicurezza, Ambiente e corrette pratiche commerciali. Responsabilità Sociale si svilluppa e si afferma come un termine più completo e con una visione olistica dei possibili impatti di un'organizzazione sui diversi gruppi di Stakeholders.

"Responsabilità Sociale" si afferma anche nel quadro degli scambi internazionali sotto spinta dell'UNIDO che apre la prospettiva al Responsible Trade[12] (2006) e alla strategia di acquisto nota con il termine di "Responsible Sourcing" (più ancora di "sustainable sourcing") inteso come "impegno volontario da parte delle imprese di tenere conto degli aspetti sociali e ambientali nella gestione delle relazioni con i fornitori"[13]. Il Responsible Sourcing è un approccio alla identificazione, valutazione e selezione dei fornitori che tiene conto di tutti gli aspetti della Responsabilità Sociale.

Il progressivo arricchimento del significato del termine "Responsabilità Sociale" si è accompagnato al cambiamento della nozione relativa al mezzo che mette a disposizione del consumatore le informazioni sul luogo in cui è stato prodotto: da "etichettatura sociale e ambientale" (termini sempre meno frequenti in uso) si è passati alla nozione di "etichettatura responsabile", che meglio riflette lo sviluppo del concetto di Responsabilità Sociale (il termine formalmente corretto sarebbe "Etichettatura Socialmente Responsabile ma poichè l'aspetto sociale è incluso tra gli aspetti della sostenibilità allora la sua rimozione non crea scompensi logici né semantici).

Questa evoluzione rapida ha generato non poca confusione anche nella varietà di marchi e schemi di certificazione aventi per oggetto una o più caratteristiche del prodotto (es.: eco-labelling, EPD, WRAP) oppure le organizzazioni e le fabbriche che realizzano il prodotto.

Tra i marchi che hanno come oggetto di analisi "il luogo di produzione" la realtà presenta una varietà di schemi e programmi che:

  1. non coinvolgono tutte le parti interessate (Stakeholders)
  2. coprono parzialmente gli aspetti della responsabilità sociale (diritti umani, salute, e sicurezza, ambiente, etica degli affari)
  3. non sono riferiti a standard e linee guida riconosciuti a livello internazionale
  4. non sono orientati ai rischi
  5. non forniscono adeguata trasparenza nelle metiche di valutazione e le soglie di decisione
  6. non comprendono una sorveglianza periodica.

La proliferazione di norme sulla sostenibilità e responsabilità sociale ha contribuito a creare una crescente consapevolezza tra i produttori e i consumatori ma ha creato anche confusione, duplicazioni e aumento dei costi per conseguire certificazioni e marchi. Produttori in diversi settori reclamano di essere soggetti a una pluralità di audit parziali svolti da enti diversi con un crescente numero di requisiti ai quali si devono uniformare. La duplicazione delle certificazioni costituisce un costo per le imprese che non sempre induce i cambiamenti comportamentali attesi. Troppo spesso gli audit sociali e le verifiche di conformità sono considerati un esercizio burocratico tanto da indurre organizzazioni non governative e attivisti a mettere in dubbio l'affidabilità di tali audit (e relativi schemi).

Il Responsible labelling è uno strumento che offre alle imprese una possibile soluzione a questi problemi.

Caratteristiche di uno schema di Responsible labelling[modifica]

Le principali caratteristiche di uno schema di Responsible Labelling sono:

Focus sulle fabbriche distinguere con chiarezza lo scopo di una schema sui rischi di una fabbrica legati alla tutela dei diritti umani, della salute e sicurezza, dell'ambiente e delle corrette pratiche commerciali dallo scopo di uno schema relativo a un prodotto (e.g. EPD, marcatura CE)
Coinvolgimento degli Stakeholder assicurare il coinvolgimento di tutte le parti interessate
Riferimento a documenti internazionali assicurare la comparabilità dei risultati delle Due Diligence
Modelli di riferimento pluri criteri coprire in modo bilanciato tutti gli aspetti della responsabilità sociale: diritti umani e condizioni di lavoro, salute e sicurezza, ambiente ed etica degli affari.
Due Diligence di terza parte indipendente fornire fiducia sulla competenza, imparzialità e indipendenza dell'organismo che conduce la Due Diligence
Processo di Due Diligence orientato ai rischi identificare, prevenire, mitigare e rendicontare il modo in cui una specifica unità operativa di un fornitore gestisce i rischi di impatti avversi che possono procurare costi inattesi per i propri Stakeholders (clienti, consumatori, lavoratori, ambiente)
Due Diligence unica su su tutti gli aspetti minimizzare duplicazioni e costi del processo di Due Diligence
Metodologia di valutazione orientata al punteggio quantificare l'effetivo livello di rischio sui singoli aspetti della social responsibility e favorire il benchmarking
Criteri di approvazione trasparenti concedere il diritto d'uso di una etichetta responsbile in accordo a criteri obiettivi e pubblicamente disponibili
Sorveglianza periodica monitorare il mantenimento nel tempo o il miglioramento del profilo di rischio in ogni aspetto della responsabilità sociale
Pubblico accesso alle informazioni fornire alle parti interessate informazioni trasparenti relative sullo stato di validità di un'etichetta responsabile

Perchè uno schema di Responsible Labelling[modifica]

Nell'attuale scenario alcune tendenze esercitano sulle imprese una forte spinta ad adottare approcci finalizzati a perseguire gli obiettivi di sostenibilità e di responsabilità sociale e a divulgare a investitori e stakeholder informazioni affidabili e trasparenti relative a "come" l'azienda e i suoi marchi indirizzano gli aspetti della responsabilità socale non solo al proprio interno ma soprattutto lungo le catene di fornitura.

Millennials e GEN-Z[modifica]

I consumatori finali stanno mostrando una crescente conspevolezza sull'importanza della sostenibilità di un prodotto e della responsabilità sociale del luogo in è stato realizzato. In particolare le generazioni più giovani, Millennials e Gen-Z, di fronte alla progressiva globalizzazione e interdipendenza dell'economia, mostrano una visione del mondo del tutto diversa rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

Le giovani generazioni ricercano la propria identità in ideali che riguardano il futuro del pianeta (es.: lotta al cambiamento climatico) e cercano sempre più l'autenticità dei prodotti. Queste generazioni sono bersagliate da un eccesso di informazioni spesso di contenuti fuorvianti se non addirittura falsi e sebbene presentino una grande curiosità Millennials e GEN-Z non si fidano troppo delle informazioni ricevute dalla propaganda e sono alla costante ricerca di fonti più affidabili.

Diversi studi condotti da Università[14][15][16], centri di ricerca[17] e società di consulenza[18] mostrano un trend chiaro: la maggioranza delle giovani generazioni di consumatori preferisce prodotti che forniscono informazioni affidabili sulla sostenibilità del prodotto e sulla responsabilità sociale nei luoghi in cui sono stati realizzati e una parte rilevante dichiara di essere disponibile a pagare un prezzo maggiore fino al 20% per prodotti che danno informazioni trasparenti e credibili sulla filiera di fornitura.

Tutto questo spinge le imprese e i marchi a fornire maggiore trasparenza e affidabilità della comunicazione lungo le catene di fornitura e divulgare informazioni credibili ai propri clienti o consumatori.

Storicamente le imprese hanno considerato la propria filiera di fornitura come un'informazione sensibile e da mantenere segreta ma eventi recenti come per esempio i suicidi accaduti alla Foxconn in Shenzhen (2010) e il crollo del Rana Plaza a Dhaka in Bangladesh (2013), hanno cambiato il paradigma. Un numero crescente di imprese comprende che l'aspettativa di maggiore trasparenza da parte dei clienti o consumatore finale non si può più ignorare. Ma anche se in questi anni vi è stato un lento ma progressivo aumento della trasparenza molti dubitano se questa orienti realmente il comportamento d'acquisto da parte delle giovani generazioni. Un trend sembra molto chiaro: la trasparenza delle informazioni sui fornitori è diventato un elemento importante nella strategia di marketing per attrarre nuovi consumatori.

La Commissione dell'Unione Europea sin dal 2006 è consapevole che “i consumatori giocano un ruolo importante nel fornire incentivi alla produzione responsabile e al comportamento di business responsabile. Essi sono attesi all'esercizio di un diritto di scelta critico e incoraggiati ad acquistare buoni prodotti realizzati da buone aziende. Tuttavia al momento mancano strumenti che forniscano al consumatore informazioni sulle prestazioni sociali e ambientali dei prodotti e servizi incluse le informazioni sulle filiere di fornitura”[19].

Gli obblighi di informazione extra-finanziaria per gli investitori[modifica]

Investitori, consumatori policy makers e altri Stakeholder hanno bisogno di informazioni sempre più chiare e trasparenti per valutare le prestazioni non finanziarie delle imprese e per incoraggiarla a stabilire e implementari approcci alla gestione responsabile delle loro attività e processi.

Le informazioni di natura extra-finanziaria includono, ma non sono limitate a, governance, diritti umani, condizioni di lavoro, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ambiente (es.: impatti sul cambiamento climatico, gestione delle risorse naturali, etc.), consumatori e salute pubblica.

Presso la comunità degli analisti finanziari e degli investitori lo scopo principale dell'informazione extra-finanziaria è di raccogliere un quadro sempre più chiaro relativo ai rischi a cui è esposta l'impresa (con particolare attenzione a quanto accade lungo le filiere di fornitura) per stimare in modo sempre più affidabile la possibililità che si possano registrare costi imprevisti nelle imprese in cui un investitore decide di destinare i suoi investimenti.

La crescente domanda di credibilità e affidabilità dell'informazione extra-finanziaria ha spinto l'Unione Europea ad adottare la Direttiva 2014/95 (modifica della Direttiva 2013/34/EU) relativa alla divulgazione di informazioni extra finanziaria da parte di un taluni tipi di imprese e gruppi (società quotate e imprese di grandi dimensioni).

I trend tecnologici[modifica]

In molti settori le filiere di fornitura sono sempe più complesse, allungate e frazionate su scala globale e le imprese hanno la necessità di tutelarsi sempre più dai rischi di eventi che accadono lungo tali filiere che possono creare loro danni, oneri finanziari e costi reputazionali.

Il miglioramento della trasparenza e della tracciabilità delle informazioni lungo le filiere di fornitura costituisce una delle principali sfide per imprese e marchi soprattutto nei settori ad elevata intensità di lavoro come per esempio il tessile e abbigliamento[20].

Uno dei problemi più rilevanti per le imprese riguarda i rischi inerenti alle filiere di fornitura a causa della limitata visibilità di quanto accade soprattutto tra i sub-fornitori. Le imprese hanno difficoltà nel gestire i flussi di informazione tra i loro fornitori e hanno poche alternative se non fidarsi dei loro Stakeholder interni ed esterni.

La tecnologia Blockchain globale si presenta come uno strumento utile a registrare le transazioni che avvengono lungo le filiere di fornitura in modo sicuro, trasparente, verificabile ed efficiente al fine di gestire in modo attivo le sfide della visibilità e della tracciabilità di alcuni aspetti di interesse per il cliente o il consumatore finale.

Tecnicamente un Blockchain è una piattaforma software archiviata e mantenuta su sistemi aperti appartenenti a numerose entità che condividono identiche informazioni. La piattaforma supporta una rete che condivide la responsabilità di archiviare, mantenere e validare le informazioni presenti nel Blockchain. Ogni partecipante autorizzato può riesaminare i dati inseriti e gli utenti possono aggiornare le informazioni archiviate in un Blockchain solo se l'algoritmo del consenso di rete le convalida.

Le informazioni archiviate in un Blockchain non possono essere cancellate e servono come una registrazione accurata e affidabile di ogni transazione effettuata all'interno dell'applicazione software.

L'efficienza di una filiera di fornitura si basa sulla fiducia tra i diversi Stakeholder presenti nel Blockchain e l'interazione tra il Blockchain e altre tecnologie può accrescere la tracciabilità e l'affidabilità delle informazioni lungo la filiera.

Per quanto riguarda gli aspetti caratteristici della Responsabilità Sociale (es.: tutela dei diritti umani, salute e sicurezza, ambiente) le informazioni inserite in una tecnologia Blockchain devono essere verificate sul campo per prevenire false dichiarazioni che compromettono il meccanismo della fiducia lungo le filiere di fornitura.

La pressione sociale sulle imprese[modifica]

In questi anni un altro importante fenomeno ha contribuito ad aumentare la pressione sulla trasparenza delle informazioni sui marchi e prodotti: il protagonismo di organizzazioni no profit e gruppi sociali che, con il supporto dei social media, aiutano il pubblico e il consumatore finale ad aumentare la consapevolezza su quanto avviene lungo le filiere di fornitura con particolare attenzione alla responsabilità sociale e alla sostenibilità.

Prima dell'avvento di Internet e dei Social Networks nessuno avrebbe mai saputo che una fabbrica Indiana scaricava prodotti inquinanti in un fiume oppure una fabbrica in Pakistan prendeva fuoco causando decine di vittime tra i lavoratori oppure che nei campi di coltivazione di cotone in Uzbekistan fosse diffuso il lavoro minorile.

Oggi questi fatti accadono ma, grazie all'attività di gruppi di attivisti, NGO e comunità scientifiche la notizia di violazioni di diritti umani, di vittime sul lavoro, di disastri ambientali o di altri problemi legati all'etica del business le notizie vengono raccolte, verificate ed elaborate. Infine, con il supporto di media on line e dei social networks le notizie rimbalzano rapidamente in occidente e si diffondono presso i clienti finali e i consumatori aumentando in loro la consapevolezza di quanto accade lungo filiere di fornitura sempre più allungate e frammentate su scala globale. La circolazione di queste informazioni può generare costi reputazionali e finanziari fino a poco tempo fa non considerati con la dovuta attenzione.

Queste organizzazioni hanno spesso la capacità di mobilitare la parti interessate, soprattutto gli investitori più attenti all'etica e mettono grandi pressioni sulla consistenza ed efficacia dei controlli svolti dai marchi nei paesi più avanzati su quanto accade lungo le filiere di fornitura.

La competizione globale[modifica]

Un numero crescente di imprese leader nelle strategia per la responsabilità sociale hanno cominciato da tempo a pubblicare le liste dei loro fornitori e hanno messo in moto meccanismi per migliorare l'affidabilità delle informazioni verso i clienti finali.

La visiblità lugno le filiere di fornitura sta diventando un requisito fondamentale: un prodotto che salvaguardia i diritti umani, tutela la sicurezza dei lavoratori e dell'ambiente orienta il comportamento d'acquisto e fornisce al cliente o al consumatore informazioni attendibili sul luogo in cui è stato prodotto[21][22].

Guadagnare visilità lungo le supply chain non è semplice. Le filiere di fornitura nel mondo globale sono complesse, allungate e frammentate e il loro monitoraggio sta diventando una sfida molto difficile. I grandi marchi o le catene delle distribuzione possono avere facilmente centinaia, se non migliaia di fornitori first-tier i quali che a loro volta, con i loro fornitori, allungano ulteriormente le catene di fornitura.

Finora le imprese hanno privilegiato sistemi di valutazione e monitoraggio dei fornitori affidati a dichiarazioni del fabbricante (controlli di prima parte) o svolgendo direttamente valutazioni sui propri fornitori (controlli di seconda parte). Nel migliore dei casi hanno richiesto ai fornitori delle certificazioni i cui problemi sono già stati evidenziati sopra[23].

Al crescere della domanda di affidabilità e trasparenza cresce la necessità di schemi e approcci alla valutazione dei fornitori svolti da terze parti indipendenti e in riferimento a standard riconosciuti a livello internazionale che coprano in un solo assessment tutti gli aspetti della responsabilità sociale.

L'integrazione tra etica ed estetica diventa una necessità in settori ad alta intensità di lavoro e con catene di fornitura sempre più allungate e frammentate su scala globale[24] come per esempio il tessile e l'abbigliamento[25], i prodotti alimentari

Iniziative di organizzazioni internazionali[modifica]

OCSE[modifica]

L'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) promuove da anni l'idea di Condotta di Business Responsabile (soprattutto nelle imprese multnazionali) fondate sui Principi Guida delle Nazioni Unite sul business e sui diritti umani, sulla Dichiarazione ILO riguardante la imprese multinazionali e la politica sociale.

Il documento quadro pubblicato dall'OCSE in questo ambito è costituito dalle "Linee Guida per Imprese Multinazionali"[26]

La Linea Guida OCSE Guidance for Responsible Business Conduct[27] fornisce un pratico supporto alle imprese che intendono implementare le linee guida OCSE per le imprese multinazionali. Essa fornisce spiegazioni in un linguaggio semplice e contiene raccomandazioni sulla Due Diligence e sulle disposizioni associate. L'implementazione di queste raccomandazioni aiuta le imprese a gestire meglio il rischio di impatti avversi relativi ai lavoratori, ai diritti umani, all'ambiente, alla corruzione, ai consumatori e alla Corporate Governance che possono essere associati con le loro attività, filiere di fornitura e altre relazioni di business. La Guida contiene anche alcune spiegazioni, suggerimenti ed esempi illustrativi sulla Due Diligence e cerca di promuovere una comune comprensione tra Governi e altri Stakeholder sul ruolo e la conduzione di Due Diligence efficaci per la condotta di business responsabile.

L'OCSE ha sviluppato anche alcune guide settoriali che aiutano le imprese a identificare e indirizzare i rischi per le persone, l'ambiente e la società associate con i processi di business, prodotti e servizi in alcuni settori. Lo scopo fondamentale delle Guide settoriali è di creare un linguaggio comune tra Governi, imprese, società civile e lavoratori sulla Due Diligence per una condotta di business responsabile, e supportare le imprese a sviluppare filiere di fornitura più robuste, a gestire l'incertezza e a guidarle verso la creazione di valore a lungo termine.

Nel 2017 l'OCSE ha pubblicato il documento "Due Diligence Guidance for Responsible Supply Chains in the Garment and Footwear Sector”[28] con l'obiettivo di aiutare le imprese operanti in questi settori ad applicare meglio le raccomandazioni contenute nelle linee guida OCSE per imprese multinazionali e di ridurre i rischi specifici di impatti avversi causati dallo svolgimento delle loro attività e dal comportamento dei fornitori lungo le filiere di fornitura.

L'OCSE ha pubblicato altre Guide Settoriali per le filiere "Minerali"[29], "Prodotti Agricoli"[30] e una guida alla "Responsible Business Conduct per gli investitori istituzionali"[31].

ISO[modifica]

L'ISO (Organizzazione di Standardizzazione Internazionale) ha sviluppato da alcune norme focalizzate sulla responsabiltà sociale. La più importante è la ISO 26000 "Guida alla responsabiltà sociale" che fornisce una serie di principi e di raccomandazioni per aiutare le imprese interessate a sviluppare le proprie attività in modo responsabile. La norma ISO 26000, pubblicata nel 2010, fornisce una guida e non si può usare per finalità di certificazione come altre norme di sistema di gestione.

La norma ISO 26000 aiuta a chiarire cos'è la responsabilità sociale, aiuta le imprese e le organizzazioni a tradurre in azioni efficaci e favorisce la condivisione delle migliori prassi di responsabilità sociale su scala globale. La norma si applica in qualsiasi tipo di organizzazione indipendentemente dal settore, attività o localizzazione.

La norma ISO 26000 "Guida alla responsabilità sociale" è strettamente collegata alla Guida OCSE "Linee Guida Multinazionali" e un documento pubblicato dall'ISO evidenzia molto bene il legame tra i due documenti[32].

La strategia dell'Unione Europea in ambito CSR[modifica]

La Corporate Social Responsibility (CSR) svolge da sempre un ruolo centrale nelle politiche dell'Unione Europea in materia di sviluppo sostenibile, innovazione e competitività nel quadro del modello di sviluppo economico e sociale all'interno dell'Unione.

Sin dagli anni '90, l'Unione Europea ha puntato sulla CSR come pilastro della strategia di sviluppo sostenibile e promuovere l'accountability delle imprese di fronte alle istituzioni pubbliche e ai cittadini. In questa prospettiva l'Unione Europea ha sempre incoraggiato un'efficace implementazione della CSR tra le imprese europee come un fattore cruciale di spinta per contribuire al miglioramento delle politiche di sviluppo sostenibile attraverso una crescita smart, sostenibile e inclusiva.

Il Libro Verde della Commissione dell'Unione Europea pubblicato nel 2001 ha riconosciuto l'importanza delle CSR come un cardine dello sviluppo sostenibile che deve essere incorporata nelle politiche e azioni dell'Unione affermando che la “CSR può contribuire allo sviluppo sostenibile e al rafforzamento del potenziale innovativo e competitivo dell'Unione Europe contribuendo alla creazione di posti di lavoro".

La Commissione dell'Unione Europea continua ad adottare politiche atte a rafforzare il suo impegno e coinvolgimento di tutte le parti interessate nell'implementazione di politiche e iniziative nell'ambito delle filiere di fornitura sostenibili e responsabili e ad estendere tali politiche anche nei rapporti con paesi extra europei[33].

Risoluzione del Consiglio (7 Febbraio 2002)[modifica]

Il primo atto significativo approvato dall'Unione Europea fu la risoluzione del Consiglio (08/02/2003) sulla Corporate Social Responsibility[34].

Tuttavia, questo atto non ha fornito alcun modello specifico per i meccanismi di rendicontazione delle informazioni sulla Responsabilità Sociale e gli Stati Membri l'hanno interpretato in modi molto diversi tra loro. Il risultato è stato che la rendicontazione di informazioni extra-finanziarie è rimasto un esercizio volontario nella maggior parte degli Stati comunitari ed è stata sviluppata debolmente perchè i report mancavano di confrontabilità e consistenza.

Risoluzione del Parlamento Europeo (8 Febbraio 2013)[modifica]

A distanza di 10 anni dalla prima risoluzione una seconda risoluzione è stata approvata dal Parlamento dell'Unione Europea l'8 Febbraio 2013 in materia di "Responsabilità sociale delle imprese: comportamento commerciale affidabile, trasparente e responsabile e crescita sostenibile"[35].

Questo atto ha rilanciato l'iniziativa comunitaria nel campo della CSR e ha sollecitato la Commissione EU di predisporre misure specifiche per contrastare qualsasi informazione ingannevole o falsa da parte delle imprese in relazione alla strategie e pratiche in ambito Corporate Social Responsibility con particolare attenzione alle informazioni relative agli impatti sociali e ambientali dei prodotti e servizi, in aggiunta a quelle fornite ai sensi della Direttiva sulle Scorrette Pratiche Commerciali con una particolare attenzione ai reclami.

Direttiva 2014/95/EU[modifica]

Dopo gli scarsi risultati ottenuti attraverso atti basati su raccomandazioni il Consiglio dell'Unione Europea ha modificato la propria strategia e ha approvato la Direttiva 2014/95/EU[36], primo atto vincolante per gli Stati Membri sul tema della Responsabilità Sociale che contiene l'obbligo di divulgazione di informazioni non finanziarie da parte di imprese quotate e/o di grandi dimensioni. Questa Direttiva corregge e integra la Direttiva 2013/34/EU. Dal 2018 in aventi le imprese devono allegare al Bilancio d'Esercizio (insieme al Rapporto degli Auditor Esterni e alla Nota Integrativa) un rapporto annuale che include informazioni di natura non-finanziaria.

In conformità con la Direttiva 2014/95/EU (recepita in Italia dal D.Lgs.254/2016) le imprese che rientrano nel campo di applicazione della legislazione devono allegare al bilancio un rapporto che contiene informazioni relative a:

  • diversità nella composizione del Board (in termini di età, sesso, background formativo e professionale)
  • responsabilità sociale e trattamento del personale
  • rispetto dei diritti umani
  • tutela dell'ambiente
  • politiche anti-corruzione

L'aspetto più importante riguarda il perimetro di applicazione: le informazioni non finanziarie non sono limitate ai confini delle imprese e loro unità produttive situate in Italia o in Europa ma comprendono anche quelle relative alle filiere di fornitura su scala globale. L'affidabilità delle informazioni relative ai rischi su tutti gli aspetti della responsabilità sociale lungo le filiere di fornitura rappresenta un elemento informativo aggiuntivo rispetto ai prospetti finanziari nel quadro delle informazioni da divulgare agli investitori e ad altri Stakeholders (Es.: Banche, sindacati, etc.). La credibilità, l'affidabilità e la trasparenza di tali informazioni costitiuirà nel tempo un elemento sempre più importante nelle scelte di investimento da parte di investitori istituzionali, fondi e anche fornitori di capitale di credito.

Per favorire le conoscenza delle modalità di predisposizione dei prospetti extra finanziari richiesti dalla Direttiva la Commissione EU ha pubblicato delle linee guida vincolanti con l'obiettivo ultimo di aumentare la consistenza, credibilità e comparabilità delle informazioni inserite nei report non finanziari[37].

Risoluzione del Parlamento europeo del 27 aprile 2017 sull'iniziativa faro dell'UE nel settore dell'abbigliamento (2016/2140(INI))[modifica]

La conferma di un impegno deciso da parte dell'Unione Europea verso controlli più rigidi lungo le filiere di fornitura è costituita da un'iniziativa settoriale nel settore abbigliamento (e calzature) che ha condotto all'approvazione della Risoluzione del Parlamento Europeo il 27 Aprile 2017[38].

La premessa del lavoro svolto dal Parlamento Europeo è costituita dalla constatazione che "le iniziative avviate, negli ultimi 20 anni, dal settore privato su base volontaria, come codici di condotta, etichette, autovalutazioni e audit sociali, pur avendo offerto quadri essenziali per la collaborazione in questioni quali la salute e la sicurezza sul lavoro, non si sono dimostrate abbastanza efficaci nel determinare un vero miglioramento circa i diritti dei lavoratori, segnatamente in termini di rispetto dei diritti umani e della parità di genere, aumento del numero dei diritti dei lavoratori, consapevolezza dei consumatori, nonché standard ambientali e sicurezza e sostenibilità nella catena di approvvigionamento nel settore dell'abbigliamento".

Tra i punti cardine della Risoluzione del Parlamento Europeo (successivamente recepita dalla Commissione e dal Consiglio dell'Unione Europea) vi sono:

  1. la richiesta alla Commissione UE di predisporre una proposta di Direttiva che introduca l'obbligo di controlli di terza parte indipendente sui fabbricanti extra-UE prendendo come riferimento le Linee Guida OCSE in materia di debita diligenza relative alle catene di approvvigionamento responsabili nel settore dell'abbigliamento e delle calzature
  2. la richiesta di un miglioramento delle informazioni contenute nelle etichette dei prodotti facendo riferimento a linee guida UN, ILO e OCSE
  3. la richiesta che ai consumatori vengano fornite informazioni chiare e attendibili circa la sostenibilità nel settore dell'abbigliamento, il luogo di provenienza dei prodotti e in quale misura siano rispettati i diritti dei lavoratori; raccomanda che le informazioni raccolte in seguito all'azione dell'UE siano messe a disposizione del pubblico
  4. la richiesta di una maggiore sensibilizzazione tra i consumatori europei per quanto riguarda la produzione di prodotti tessili; propone, a tal fine, lo sviluppo di norme di etichettatura a livello UE in materia di "abbigliamento equo", cui possano accedere le società multinazionali e le PMI,

Questa risoluzione del Parlamento Europeo muove inequivocabilmente verso lo sviluppo di schemi di Responsible Labelling nel settore abbigliamento.

Legislazioni nazionali[modifica]

Francia[modifica]

Nel corso del 2017 il Parlamento Francese ha adottato la Legge 2017-399 relativa all'obbligo di vigilanza di società madri e di imprese che emettorno ordini (nds: d'acquisto)[39].

La legge sul Devoir de Vigilance si applica, per il momento, a imprese francesi di grandi dimensioni ed introduce l'obbligo di un valutazione di rischi di impatti avversi (danni) delle loro attività sulle persone e sul pianeta e le obbliga a predisporre annualmente un piano di vigilanza sui proprio fornitori. Questo piano include la stima degli impatti relativi alle loro attività, quelli delle imprese sotto il loro controllo (in Francia e non) e quelli dei loro fornitori e subfornitori (in ogni parte del mondo) con cui esse hanno stabilito relazioni commerciali.

Le sanzioni previste per le infrazioni a questa legge sono severe. La legge riconosce alle vittime e ad altre parti interessate di portare le loro istanze di fronte a un Giudice che può applicare sanzioni fino a 10 milioni di Euro quando le imprese pubblicano tali piani. Le sanzioni possono salire fino a 30 milioni di Euro se il fallimento dei piani risulta in danni che avrebbero potuto essere prevenuti in anticipo.

Regno Unito[modifica]

Nel 2015 il Parlamento Britannico ha approvato il Modern Slavery Act[40]. L'atto contiene delle disposizioni contro la schiavituà, la servitù e il lavoro forzoso o obbligatorio e il traffico di persone. Tale atto include anche delle disposizioni per la protezione delle vittime e per la nomina di un Commissarrio Indipentente contro la schiavitù.

Italia[modifica]

Il Decreto Legislativo N.231 dell'8 Giugno 2001 contiene la Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica[41], introduce nella normativa Italiana la responsabilità per le imprese in relazione a una varietà di reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio: (i) da qualsiasi persona responsabile ce esercita funzioni di rappresentanza legale, amministrativa o manageriale all'interno dell'impresa o di qualsiasi unità organizzativa con autonomia finanziaria e funzionale, tanto quanto una qualsiasi persona che esercita mansioni di gestione o di controllo su tale impresa o unità (individui in posizioni apicali); (ii) da qualsiasi persona soggetta alla supervisione o sorveglianza da uno dei sopra menzionati individui (cosiddetti "subordinati").

I reati comprendono, ma non sono limitati a, corruzione, concussione, reati contro la pubblica amministrazione e reati ambientali.

USA[modifica]

Il California Transparency in Supply Chains Act of 2010[42] richiede a un certo tipo di imprese (imprese di grandi dimensione e della distribuzione) di divulgare informazioni che dimostrano i loro sforzi per sradicare la schiavità e il traffico di esseri umani dai loro diretti fornitori che forniscono prodotti da mettere in vendita.

L'intento dello Stato della California (da sempre all'avanguardia tra gli Stati Uniti sui temi dei diritti civili) è di assicurarsi che le grandi catene della distribuzione organizzata e i produttori forniscono ai consumatori informazioni relative ai loro sforzi per sradicare la schiavitù e il traffico di esseri umani lungo le loro filiere di fornitura, educare i consumatori su come i prodotti acquistati sono realizzati da imprese che responsabilmente gestiscono le loro filiere di forniture e, di conseguenza, migliorano le vite delle vittime della schiavitù e dal traffico di esseri umani.

India[modifica]

Nei primi mesi del 2019 il Ministry of Corporate Affairs of India ha pubblicato le National Guidelines on Responsible Business Conduct[43] (NGRBC) per stimolare le imprese a condurre le attività di business in modo sostenibile e responsabile e anche incoraggiare e supportare i loro fornitori, distributori, partners e altri Stakeholders a seguire gli stessi principi. Le Linee Guida sono articolate in nove principi e loro declinazioni in accordo con le i Principi Guida delle Nazioni Unite sui diritti umani e sostenibilità nel business.

Voci correlate[modifica]

Note[modifica]

  1. Osservatorio Socialis "Etichetta Sociale" Definizione (2014), su osservatoriosocialis.it.
  2. Franceso Perrini - Clodia Vullo "Misurare per Gestire e Creare Valore per gli Stakeholder: Lo Stato dell’Arte e le Prospettive Future nella Valutazione della Responsabilità Sociale d’Impresa" Ricerca condotta da SDA Bocconi e IPI (Istituto per la promozione industriale) per conto del MISE PCN (Punto di Contatto Nazionale OCSE) (PDF), su pcnitalia.mise.gov.it.
  3. (EN) Universal Declaration of Human Rights, su www.un.org, 6 ottobre 2015. URL consultato il 23 luglio 2019.
  4. Commissione delle Comunità Euopee "Il partenariato per la crescita e l'occupazione: fare dell'Europa un polo di eccellenza in materia di responsabilità sociale delle imprese" Bruxelles (2006), su eur-lex.europa.eu.
  5. United Nations "Transforming our world - The agenda 2030 for sustainable development", New York (2015) (PDF), su sustainabledevelopment.un.org.
  6. Conclusioni del Consiglio UE "Filiere di fornitura sostenibili nell'abbigliamento" Bruxelles (2017) (PDF), su consilium.europa.eu.
  7. Janet Hilowitz "Labelling child labour products" Preliminary Study International Labour Office, ILO, Geneva (1997), su muellerr.people.cofc.edu.
  8. Simon Zadek, Sanjiv Lingayah, and Maya Forstater "Social Labels: Tools for Ethical Trade" New Economics Foundation for the European Commission (1998) (PDF), su hiyamaya.files.wordpress.com.
  9. Social Labelling, su zedamt.herokuapp.com.
  10. Ina Roeder M.A. - Matthias Scheibleger M.A. - Prof. Dr.-Ing. Rainer Starkc, How to make people make a change –using social labelling for raising awareness on sustainable manufacturing, in Elsevier, vol. 2016, Procedia CIRP 40.
  11. Grote, Ulrike, Basu, Arnab K., Chau, Nancy H. (Eds.) "New Frontiers in Environmental and Social Labeling" Springer (2007).
  12. UNIDO "Responsible trade and market access - Opportunities or obstacles for SMEs in developing countries?" (2006) (PDF), su unido.org.
  13. ICC (International Chamber of Commerce) " Guide to responsible sourcing Parigi (2008) (PDF), su cdn.iccwbo.org.
  14. Tim Kraft, León Valdés e Yanchong Zheng, Supply Chain Visibility and Social Responsibility: Investigating Consumers’ Behaviors and Motives, in Manufacturing & Service Operations Management, vol. 20, nº 4, 2018-09, pp. 617–636, DOI:10.1287/msom.2017.0685. URL consultato il 23 luglio 2019.
  15. Tim Kraft - León Valdés - Yanchong Zheng "Consumer Trust in Social Responsibility Communications: The Role of Supply Chain Visibility" (2019)
  16. L. Becchetti - F.C. Rosati, The demand for socially responsible products: empirical evidence from a pilot study on fair trade consumers, in ECINE, Working Paper 2005-04, November 2005.
  17. (EN) Green Generation: Millennials Say Sustainability Is a Shopping Priority, su www.nielsen.com. URL consultato il 23 luglio 2019.
  18. Source: Deloitte "Millennial Survey" 2019 (PDF), su www2.deloitte.com.
  19. Testi approvati - Iniziativa faro dell'UE nel settore dell'abbigliamento - Giovedì 27 aprile 2017, su www.europarl.europa.eu. URL consultato il 23 luglio 2019.
  20. United Nations "Transparency in textile value chains in relation to the environmental, social and human health impacts of parts, components and production processes", New York Geneve (2017) (PDF), su unece.org.
  21. In this issue of SCMR: The ethical supply chain, su www.scmr.com. URL consultato il 23 luglio 2019.
  22. Slob, B. "Global supply chains: the importance of traceability and transparency’, Business and poverty: Innovative strategies for global CSR" Vienna (2018).
  23. Jury Gualandris, Robert D. Klassen, Stephan Vachon Matteo Kalchschmidt "Sustainable evaluation and verification in supply chains: Aligning and leveraging accountability to stakeholders" Journal of operations management (2015).
  24. Salvatore Testa e Francesca Romana Rinaldi, The responsible fashion company: integrating ethics and aesthetics in the value chain, Greenleaf Publishing, 2015, ISBN 9781783532216. URL consultato il 23 luglio 2019.
  25. Unione Europea “Study on the responsible management of the supply chain in the garment sector” (2016).
  26. OCSE "Linee Guida per imprese multinazionali" Ginevra (2011) (PDF), su oecd.org.
  27. OECD Due Diligence Guidance for Responsible Business Conduct - OECD, su www.oecd.org. URL consultato il 23 luglio 2019.
  28. (EN) OECD "Due Diligence Guidance for Responsible Supply chains" Parigi, (2017), su mneguidelines.oecd.org. URL consultato il 23 luglio 2019.
  29. OCSE "Linee Guida OCSE per la Due Diligence nel settore dei minerali", Parigi (2016) (PDF), su oecd.org.
  30. OCSE FAO "Linee Guida per filiere responsabili nel settore Agricoltura" Paris (2016) (PDF), su mneguidelines.oecd.org.
  31. OCSE "Linee guida per la condotta di business responsabile per gli investitori istituzionali", Parigi (2017) (PDF), su mneguidelines.oecd.org.
  32. Adrian Henriques, Understanding ISO 26000, BSI British Standards, 29 settembre 2011, ISBN 9780580740176. URL consultato il 23 luglio 2019.
  33. (EN) Commissione UE, Sustainable and responsible supply chains, su International Cooperation and Development - European Commission, 2016.
  34. Comunicazione dalla Commissione EU concernente "Corporate Social Responsibility:A business contribution to Sustainable Development" Bruxelles (2012) (PDF), su ec.europa.eu.
  35. Parlamento Europeo "Risoluzione del 6 febbraio 2013 sulla responsabilità sociale delle imprese: comportamento commerciale trasparente e responsabile e crescita sostenibile, Strasburgo, 2013, su eur-lex.europa.eu.
  36. Direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014 , recante modifica della direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni Testo rilevante ai fini del SEE, OJ L, 32014L0095, 15 novembre 2014. URL consultato il 23 luglio 2019.
  37. Comunicazione della Commissione UE "Orientamenti sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario (Metodologia per la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario)" Bruxelles (2017), su eur-lex.europa.eu.
  38. Parlamento Europeo "Iniziativa faro dell'UE nel settore dell'abbigliamento" Strasburgo (2017), su www.europarl.europa.eu. URL consultato il 2019.
  39. LOI n° 2017-399 du 27 mars 2017 relative au devoir de vigilance des sociétés mères et des entreprises donneuses d'ordre, 27 mars 2017. URL consultato il 23 luglio 2019.
  40. Modern Slavery Act 2015, su www.legislation.gov.uk. URL consultato il 23 luglio 2019.
  41. Gazzetta Ufficiale, su www.gazzettaufficiale.it. URL consultato il 23 luglio 2019.
  42. California Transparency in Supply Chains act (PDF), su oag.ca.gov.
  43. Government of India "National Guidelines on Responsible Business Contact" (2019) (PDF), su mca.gov.in.


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