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Un'aringa in paradiso

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Un'aringa in paradiso
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AutoreElena Loewenthal
1ª ed. originale1997
Genereromanzo
Lingua originale italiano

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Un'aringa in paradiso è un libro scritto da Elena Loewenthal nel 1997.

Origine del titolo[modifica | modifica sorgente]

«Cosa si mangia in paradiso? Risposta: Aringhe.»

Il titolo deriva dal fatto che in paradiso si mangino solo aringhe, poiché sono davvero poche le persone degne di arrivare alla salvezza di questo luogo sacro; e proprio per questo motivo che non vale la pena cucinare grandi quantità di delizie e gli unici alimenti reperibili sono aringhe e patate fredde.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Il libro è una raccolta di barzellette, o meglio, storielle ebraiche che vengono rielaborate dalla stessa autrice poiché esse si prestano per natura ad essere raccontate più e più volte.

La stessa autrice afferma infatti nell'“avvertenza - o avvertimento” che, data la popolarità dei contenuti, le è capitato più volte che le venissero raccontate inconsapevolmente le sue stesse barzellette. Il libro, infatti, comprende sia storielle della tradizione e che versioni rivisitate.

Analisi parte per parte[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'”avvertenza o avvertimento” per il lettore, è presente una parte chiamata “Aperitivo”. È chiamata così proprio perché funge da preparazione e assaggio di ciò che sarà il resto del libro a livello contenutistico. La barzelletta più emblematica di questa parte cita: “Se raccontate una storiella a un contadino, questi ci riderà su tre volte. La prima quando gliela raccontate, la seconda quando gliela spiegate e la terza quando la capisce.

Un fattore ride due volte. La prima volta ride quando gli raccontate la storiella e la seconda quando gliela spiegate. Quanto a capirla, non la capisce.

Un ufficiale ride una volta sola, quando gliela raccontate, perché spiegargliela non vi lascia e tanto comunque non la capirebbe.

Un ebreo, quando gli raccontate una storiella, dice: «Ma figurati! È vecchia!» e sa sempre raccontarvela meglio.”

Dopo l'”aperitivo”, arriva la parte denominata “In famiglia”. Questa sezione ha infatti come temi più ricorrenti i rapporti familiari, in particolar specie quelli che riguardano moglie, marito e suocera.“Marito: Tesoro, cosa vuoi che ti regali per il nostro anniversario di nozze? Moglie: Un divorzio, darling.”

Dopodiché è presente una parte che riguarda situazioni di genere più sociale, difatti è chiamata “Al ristorante, in bottega, per via, dal dottore, insomma in società”. Questa è basata sostanzialmente sugli equivoci presenti in molti diversi ambiti. “Studio medico. Squilla il telefono. «Buongiorno, qui studio medico Cohen Levinsky Abramsohn». «Buongiorno, vorrei parlare col dottor Cohen». «Mi spiace signora, non c'è. È il giorno di Kippur». «Benissimo, signorina, allora mi passi il dottor Kippur».

Per chi non lo sapesse, il giorno Kippur è il solenne digiuno di espiazione, in cui, naturalmente, non si lavora.

Troviamo poi la parte “In sinagoga e sopra i libri. In terra e in cielo e anche a metà strada”. Riguarda sostanzialmente il comportamento degli ebrei riguardo alla propria religione, con riferimenti biblici ironizzati bonariamente. Gli ebrei sono noti per essere degli attaccabrighe. “Domanda: perché gli ebrei rispondono sempre a una domanda con una domanda? Risposta: e perché non dovrebbero?”

Il capitolo successivo si intitola “La mamma: be', questo è un discorso a parte”. Come è intuibile, l'argomento principale diventa qui quello della figura della genitrice, un “distillato d'amore e di possesso, di dedizione e petulanza, invadenza e ossessione, protezione e dolore”. “Domanda: qual è la definizione di psichiatra? Risposta: lo psichiatra è un ragazzo ebreo che avrebbe voluto fare il dottore (per far piacere alla mamma), ma purtroppo sviene alla vista del sangue”.

La parte che segue si intitola “In fatto di soldi naso e altro, siamo i primi a riderci su”. Questo capitolo, il più irriverente, dichiara la grande autoironia ebraiche, descrivendone manie e debolezze quasi per evitare di poter essere attaccati dagli altri, come a voler dimostrare di esserne capaci da soli. “Due marziani si incontrano per caso in America: «Come ti chiami?» domanda uno nel loro indecifrabile linguaggio. «4286. E tu?» «3359». «Strano, -dice il primo,- non avrei mai detto che eri ebreo».

Arriva poi “Il dialogo interconfessionale”, che racchiude le barzellette che più ironizzano in nuovo testamento e che sono un classico della tradizione ebraica.“Da cosa si deduce che Gesù era della parrocchia (cioè, era ebreo): 1) A trent'anni era celibe e viveva ancora con la mamma. 2) Lavorava nella ditta del padre. 3) Era convinto che la sua mamma fosse vergine. 4) La sua mamma lo credeva un Dio.”

La parte dopo è intitolata “Paradossi e assurdità”, che sono due caratteristiche tipiche della tradizione ebraica. “Rothschild convoca il suo contabile: «Mi risulta che abbia rubato dalla mia cassa…» «Mi perdoni, vorrebbe forse che, pur essendo il suo contabile, andassi a rubare dalle casse degli altri?»”

Il quartultimo capitolo ha titolo “Tutto il mondo è paese, anche Chelm, e storie di schnorrer, cioè il buffo d'essere poveri o meglio chi si accontenta gode, senza esagerare”. Il titolo si spiega da sé e in più l'autrice aggiunge “Chelm è un posto fra il mitico e il reale un po' fuori mano […] Ispira sdegno e tenerezza, compassione e scherno al tempo stesso. Ma è certo che con l'orrore della Shoah e lo sterminio degli ebrei d'Europa, Chelm, che ormai non c'è più, ci manca tanto”.

Verso la fine del libro, troviamo poi “Due pagine di citazioni citabili”. In rappresentanza di queste “Un tempo ero soltanto il figlio di mio padre, ora sono soltanto il padre di mio figlio… -Avraham Mendelssohn”.

Penultimo capitolo è “Ridere per non piangere”, nel quale l'autrice concentra l'attenzione interamente sulla figura di Hitler, “che ci fa sempre la figura del cretino. Ma mi sembra il minimo”. “«Bernstein, ho due notizie da riferirti. Una buona l'altra cattiva»«Prima la buona Spitz!»«Hitler è morto».«Splendido! Magnifico! E la cattiva?» «La prima notizia è falsa».”

Infine, nell'ultimo capitolo, l'argomento principale è l'aringa, che simboleggia quindi sia l'apertura che la chiusura del libro. “L'aringa è un po' come la mamma, merita anche lei un discorso a parte”. “Indovinello: «Pende dalla parete e permette di asciugarsi le mani. Cos'è?» Risposta: «L'asciugamano.» E già, bravo, così che razza di indovinello sarebbe. «Sbagliato. Un'aringa.» «Ma per amor di Dio, un'aringa on sta appesa alla parete.» «Però ce la puoi appendere». «Ma chi mai penserebbe di asciugarvisi le mani?». «Be', nessuno ti ci obbliga, ma nessuno te lo impedisce…».

Alla fine del libro è poi presente un parolario utile per chiarire eventuali dubbi sui vocaboli usati, insieme alle spiegazioni costanti da parte dell'autrice riguardo ad usanze ebraiche, dopo alcune barzellette.

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Tema(i) : letteratura



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