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Test di Bechdel

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Il test di Bechdel[1] (['bɛkdəl][2]), dall'inglese Bechdel test, è un metodo per valutare la rappresentazione delle donne nella finzione. Consiste nel chiedersi se un'opera contiene almeno due personaggi femminili che parlano l'una con l'altra su un argomento che non sia un uomo. A volte si aggiunge il requisito che le due donne devono avere un nome.[3]

Circa la metà dei film rispetta questo criterio, sia secondo i database modificati dagli utenti sia secondo la stampa specializzata. Il criterio non è usato per determinare se le donne siano rappresentate in un modo considerato corretto, ma come indicatore della presenza attiva delle donne in tutto l'ambito del cinema e del resto della finzione, e per suscitare attenzione sulla questione della disuguaglianza di genere nella finzione. Gli studi sull'industria cinematografica dimostrano inoltre che i film che passano il test ottengono migliori incassi di quelli che non lo passano.

Il test ha origine dalla battuta di un personaggio del fumetto Dykes to Watch Out For della fumettista Alison Bechdel, dalla quale prende il nome, anche se Bechdel attribuisce l'idea alla sua amica Liz Wallace e agli scritti di Virginia Woolf. A partire dagli anni 2000 il test viene maggiormente discusso e sono nate diverse varianti e altri test ispirati a esso.

Ideazione[modifica | modifica sorgente]

Le regole poi note come "test di Bechdel" apparvero per la prima volta nel fumetto Dykes To Watch Out For di Alison Bechdel. In una striscia intitolata The Rule ("La regola"), due donne, somiglianti ai personaggi apparsi in seguito con i nomi Mo e Ginger,[4] discutono sull'andare al cinema e una di loro spiega che va a guardare un film solo se soddisfa questi requisiti:

  1. nel film ci sono almeno due donne;
  2. le due donne parlano fra di loro;
  3. quando lo fanno, non parlano di un uomo. L'altra donna afferma che l'idea è abbastanza severa, ma buona, e le due non trovano alcun film che rispetti questi criteri.[5][4]

Bechdel ha attribuito l'idea all'amica Liz Wallace, il cui nome appare nel titolo del fumetto.[6][7] In seguito Bechdel ha scritto sul suo blog di essere piuttosto certa che Wallace era stata ispirata dal saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per sé del 1929.[8][9] In questa occasione Bechdel cita[8] un passo di Woolf in cui la scrittrice notò riguardo alla letteratura del suo tempo quello che il test di Bechdel avrebbe evidenziato in seguito:[10]

(EN)

«‘Chloe liked Olivia,’ I read. And then it struck me how immense a change was there. Chloe liked Olivia perhaps for the first time in literature. [...] All these relationships between women, I thought, rapidly recalling the splendid gallery of fictitious women, are too simple. So much has been left out, unattempted. And I tried to remember any case in the course of my reading where two women are represented as friends. [...] They are now and then mothers and daughters. But almost without exception they are shown in their relation to men. It was strange to think that all the great women of fiction were, until Jane Austen's day, not only seen by the other sex, but seen only in relation to the other sex. And how small a part of a woman's life is that;»

(IT)

««Chloe voleva bene a Olivia» lessi. E fu allora che notai quale immenso cambiamento fosse implicito in quella frase. Chloe voleva bene a Olivia forse per la prima volta nella storia della letteratura. [...] Tutti questi rapporti fra donne, pensavo passando rapidamente in rassegna quella splendida galleria di donne immaginarie, sono troppo semplici. Molte cose sono state lasciate fuori senza essere indagate. E cercai di ripensare a qualche esempio, incontrato nelle mie letture, nel quale due donne vengono presentate come amiche. [...] A volte sono madri e figlie. Ma quasi senza eccezione vengono presentate in rapporto agli uomini. Era strano pensare che tutte le grandi donne della narrativa, fino ai tempi di Jane Austen, non solo erano viste attraverso gli occhi dell'altro sesso, ma erano viste unicamente in rapporto all'altro sesso. Che è una porzione davvero minuscola della vita di una donna;»

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, capitolo 5, trad. di Maria Antonietta Saracino[11][12])

Il test è stato definito anche Bechdel–Wallace test ("test di Bechdel-Wallace"[13], nome che Bechdel stessa ha affermato di preferire[9]), Bechdel rule ("regola di Bechdel")[14], Bechdel's law ("legge di Bechdel")[15], o Mo Movie Measure ("valutazione dei film di Mo")[5].

Si sono poi diffuse diverse varianti del test, richiedendo ad esempio che le due donne debbano avere un nome[16] o che ci debbano essere almeno sessanta secondi di conversazione.[17] Un'altra variante è il test inverso, proposto dalla studiosa Christa Van Raalte per dimostrare l'esistenza del problema evidenziato dal test: è molto più difficile trovare un film che non contenga due uomini con un nome che parlano fra di loro e non riguardo a una donna.[18] Il test ha anche suscitato interesse accademico dal punto di vista dell'analisi computazionale.[19] A giugno 2018, il termine Bechdel test fu aggiunto nell'Oxford English Dictionary.[20]

Applicazioni nel cinema[modifica | modifica sorgente]

Uso nella critica[modifica | modifica sorgente]

Inizialmente considerato, secondo Bechdel, come «un piccolo scherzo lesbico in un giornale alternativo femminista»[21], negli anni 2010 il test ha cominciato a essere utilizzato dalla critica mainstream ed è stato descritto come «lo standard atraverso il quale i critici femministi giudicano la televisione, i film, i libri e altri mezzi di comunicazione».[22] Nel 2013 il giornale The Daily Dot l'ha definito «quasi un modo di dire, una scorciatoia comune per capire se un film è ben disposto verso le donne».[23] Il fatto che alcune delle più importanti produzioni di Hollywood come Pacific Rim (2013) non passano il test è stato molto discusso dai media.[24] Secondo la giornalista Neda Ulaby della National Public Radio statunitense, il test fa discutere perché «esprime qualcosa che spesso manca nella cultura di massa: non il numero di donne che vediamo sullo schermo, ma la profondità delle loro storie, e la vastità di ciò di cui si preoccupano».[25][6] Gli studiosi Dean Spade e Craig Willse, in un manuale di teoria femminista della Oxford University Press, descrivono il test come un «commento su come la rappresentazione mediatica rafforza norme di genere dannose» rappresentando le relazioni delle donne con gli uomini più di ogni altra relazione, e le vite delle donne come importanti soltanto in quanto si relazionano agli uomini.[26]

Uso nell'industria cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Nel 2013, quattro cinema svedesi e il canale via cavo scandinavo Viasat Film hanno aggiunto il test di Bechdel ta i loro modi di classificare i film; questo è stato approvato dallo Svenska Filminstitutet (Istituto Cinematografico Svedese).[27]

Nel 2014 Eurimages, il fondo del Consiglio d'Europa per la produzione cinematografica, ha aggiunta il test di Bechdel al meccanismo per la proposta di un progetto, come uno dei metodi per raccogliere informazioni sull'uguaglianza di genere nei suoi progetti. Richiede quindi che «sia fornita dai lettori della sceneggiatura un'analisi di essa secondo il test di Bechdel». Il test non è utilizzato soltanto per valutare la presenza di «elementi femminili», ma anche maschili.[28]

Nel 2018, gli sviluppatori di software di sceneggiatura hanno iniziato a includere funzioni che permettono agli sceneggiatori di analizzare i loro scritti dal punto di vista della rappresentazione dei generi. Fra i programmi con questa funzione vi sono Highland 2, WriterDuet e Final Draft 11.[29]

Proporzione tra i film che passano e non passano il test[modifica | modifica sorgente]

Il sito web bechdeltest.com è un database generato dagli utenti che raccoglie circa 6 500 film classificati in base al risultato del test, con l'aggiunta del requisito che i personaggi femminili devono avere un nome. Ad agosto 2019 risultava che il 57,6% di questi film rispettava tutti e tre i requisiti, il 10,2% non ne rispettava uno, il 22,1% non ne rispettava due e il 10,1% nessuno dei tre.[30]

Secondo Mark Harris di Entertainment Weekly, se superare il test fosse stato obbligatorio, sarebbero stati esclusi la metà dei film nominati per l'Oscar al miglior film del 2009.[16] Nel 2011 è stato usato dalla critica Anita Sarkeesian per analizzare i film nominati all'Oscar al miglior film, e solo due su nove lo superavano.[31] Nel 2014 secondo il Washington Post solo quattro dei nove nominati per l'Oscar al miglior film superavano il test, pur considerando l'anno come un anno buono per i ruoli femminili forti e convincenti nel cinema, e il test come non molto efficace.[32] Sempre nel 2014 il quotidiano francese Libération ha pubblicato i risultati di una valutazione dei film del Festival di Cannes, da cui risultava che la maggioranza dei film, 13 su 18, superavano il test[33]. Nella sua cronaca del Festival internazionale del cinema di Berlino del 2014, invece, la radio tedesca Deutschlandfunk Kultur ha dichiarato che di venti film partecipanti soltanto tre superavano il test[34].

Il sito di informazione Vocativ, sottoponendo al test i film con il maggior incasso negli Stati Uniti nel 2013, ha concluso che più o meno la metà di essi lo superavano (anche se alcuni erano in dubbio) e l'altra metà no.[35]

Lo scrittore Charles Stross ha affermato che circa la metà dei film che passano il test lo fanno perché le donne parlano di matrimonio o di bambini.[15][36] Fra le opere che non passano il test ce ne sono che trattano di donne o sono rivolte alle donne, o che hanno personaggi femminili in ruoli importanti, come la serie televisiva Sex and the City.[6]

Possibili spiegazioni del fatto che molti film non passano il test è la mancanza di diversità di genere tra gli sceneggiatori[6] (fenomeno chiamato il "soffitto di celluloide") e nel processo creativo in generale, oltre alla credenza diffusa a Hollywood che al pubblico non piacciano i film con personaggi femminili forti, sia negli Stati Uniti che all'estero. Secondo il produttore Michael Shamberg «le donne andranno a vedere un ‘film con gli uomini’ più facilmente di quanto gli uomini andranno a vedere un ‘film con una donna’»[37][38].

Aspetti economici[modifica | modifica sorgente]

Da diverse analisi è emerso che superare il test di Bechdel è un indicatore del successo finanziario del film. Secondo il sito di informazione Vocativ, nel 2013 i film che superavano il test incassarono negli Stati Uniti 4,22 miliardi di dollari, mentre quelli che non lo superavano incassarono 2,66 miliardi.[35] Nel 2014 uno studio di FiveThirtyEight, sito statunitense specializzato in statistica, basandosi su dati relativi a circa 1 615 film usciti fra il 1990 e il 2013 ha dimostrato che il budget mediano dei film che passavano il test era del 35% più basso di quello degli altri, e che i film con il budget più alto erano quelli in cui c'era più di una donna ma non si parlavano fra loro; nonostante il budget più basso, i film con personaggi femminili forti non incassavano meno al botteghino. I film che superavano il test avevano un ritorno sugli investimenti più alto del 37% rispetto a quelli che non lo superavano, sia negli Stati Uniti che a livello internazionale. In generale, però, passare o meno il test non aveva alcun effetto sull'incasso lordo.[38]

Nel 2018, la Creative Artists Agency e Shift7 hanno analizzato i dati sugli incassi e il budget dei 350 film con il maggior incasso negli Stati Uniti fra il 2014 e il 2017. I film con protagoniste femminili superavano gli altri dal punto di vista del guadagno, e quelli che superavano il test di Bechdel (il 60%) superavano in modo significativo gli altri. Tutti i film che dal 2012 avevano incassato più di un miliardo di dollari superavano il test.[39][40]

Applicazione ad altri media[modifica | modifica sorgente]

Oltre ai film, il test di Bechdel è stato applicato ad altri media come i videogiochi[41][42][43] e i fumetti[44]. Nell'ambito del teatro, l'attrice britannica Beth Watson ha lanciato una campagna denominata "Bechdel Theatre" nel 2015, con lo scopo di evidenziare quali opere superano il test.[45] Il test di Bechdel è stato inoltre utilizzato, in uno studio del 2014, per analizzare le interazioni nei social media.[46]

Limiti[modifica | modifica sorgente]

Il test non è utile per determinare se un'opera ha contenuti sessisti né se è un film femminista, perché stabilisce soltanto fino a che punto le donne sono presenti in essa; inoltre, anche un'opera con personaggi principali femminili può non superare il test.[14][47] Un'opera può inoltre non superare il test per motivi che non dipendono dai pregiudizi di genere, ad esempio perché è un libro con un narratore interno che è un uomo e vede la storia dal suo punto di vista, o perché l'ambientazione esclude le donne (ad esempio il monastero maschile medievale ne Il nome della rosa di Umberto Eco).[15] Non è inoltre definito che cosa sia da considerare una conversazione: un caso limite è quello della canzone Baby Got Back del rapper statunitense Sir Mix-a-Lot, che passerebbe il test perché comincia con una ragazza che dice a un'altra «oh my god, Becky, look at her butt» ("oh mio Dio, Becky, guarda il suo [di lei] sedere").[48][49][50]

Tentando un'analisi quantitativa delle opere riguardo al test, la ricercatrice Faith Lawrence ha notato nel 2011 che i risultati dipendono da quanto rigidamente si applica il test. Uno dei problemi che la sua applicazione solleva è se un riferimento a un uomo in qualsiasi momento durante una conversazione, che si riferisce anche ad altri argomenti, invalida l'intero dialogo. In ogni caso, il problema rimane come si definiscono l'inizio e la fine di una conversazione.[13]

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Secondo un articolo del 2017 del critico cinematografico Kyle Smith sulla National Review, una possibile causa dei risultati del test di Bechdel è il fatto che «i film di Hollywood parlano di persone agli estremi della società - poliziotti, criminali, supereroi - che tendono a essere uomini», e che questo tipo di film è spesso creato dagli uomini perché «le idee delle donne per i film», che secondo Smith riguardano soprattutto le relazioni romantiche, «non sono abbastanza commerciali per gli studi di Hollywood». Smith considera il test di Bechdel senza senso, come lo sarebbe un test che si chiede se un film contiene cowboy.[51] L'articolo di Smith ha suscitato forti critiche.[52]

In risposta alla sua crescente diffusione nella critica cinematografica, il test è stato criticato, anche in ambiente femminista, per come non tiene conto della qualità dei film e per essere, secondo la giornalista e scrittrice Andi Zeisler, uno «scellerato piano per rendere tutti i film conformi al dogma femminista»[53]. Sempre secondo Zeisler, che scrive nel 2016, l'utilità del test «è stata considerata molto maggiore rispetto alle intenzioni. Mentre Bechdel e Wallace la espressero semplicemente come un modo per indicare le trame stereotipate e sconsideratamente normative del cinema mainstream, oggi passare il test è diventato in qualche modo sinonimo di "essere femminista". Non è mai stato pensato per essere una misurazione del femminismo, ma piuttosto un barometro culturale»[54]. Zeisler afferma che il falso presupposto che un'opera che supera il test sia "femminista" potrebbe portare gli autori a «ingannare il sistema» aggiungendo semplicemente abbastanza personaggi femminili e dialoghi per superarlo, pur continuando a negare alle donne una vera rappresentazione al di fuori delle trame basate su formule fisse.[55] Anche la critica Alyssa Rosenberg ha espresso preoccupazione che il test di Bechdel possa diventare un'altra "foglia di fico" per l'industria dell'intrattenimento, che potrebbe semplicemente «buttare un po' di righe di dialogo in una raccolta di 140 minuti di esplosioni in CGI» per far passare il risultato per femminista.[56]

Il critico cinematografico Robbie Collin del giornale britannico The Daily Telegraph nel 2013 ha criticato il test perché premia «l'applicazione cieca della regola e l'accumulo di statistiche, più che l'analisi e il giudizio critico», e ha suggerito che dovrebbe essere un argomento di discussione il problema ad esso sotteso, quello della mancanza di personaggi femminili ben rappresentati nel cinema, anziché i singoli film che passano o meno il test.[57]

In un articolo sulle statistiche relative al test il giornalista Walt Hickey di FiveThirtyEight ha affermato, nel 2014, che il test non misura se un singolo film è un modello di uguaglianza di genere, e che superarlo non assicura la qualità della scrittura, il rilievo o la profondità dei personaggi femminili, sostenendo però che «il miglior test sull'equità di genere nel cinema che abbiamo e, cosa forse più importante [...], l'unico test su cui abbiamo dei dati»[58][38]. Il critico cinematografico svedese Hynek Pallas, dopo l'adozione del test come metodo per valutare i film da parte dell'istituto cinematografico pubblico svedese (cfr. sezione Uso nell'industria cinematografica), ha affermato che molti film che passano il test non aiutano a migliorare la società o a renderla più egualitaria, mentre film che non passano il test riescono a farlo[27]. Nel 2015 la critica Kathleen Hildebrand della Süddeutsche Zeitung ha notato, riguardo all'efficacia del test, che un film supererebbe il test anche se le protagoniste femminili discutessero soltanto di trucchi, ma questo non restituirebbe alcuna immagine complessa della donna. Ha affermato che il test non è affidabile per determinare se un film è privo di sessismo o se è femminista, anche se questo non dipende dal fatto che sia indifferente di cosa parlino le donne fra loro.[59]

Nel 2009 la critica e filosofa Nina Power ha scritto che il test solleva la questione se la finzione abbia il dovere di rappresentare le donne, anziché perseguire l'intenzione dell'autore qualunque essa sia, e di essere "realista" nella rappresentazione delle donne. Ha affermato anche che rimane da stabilire quanto spesso la vita reale supera il test di Bechdel, e quale possa essere l'influenza della finzione su questo.[60]

Test derivati[modifica | modifica sorgente]

Il test di Bechdel ha ispirato critici e fan, soprattutto mossi da idee femministe o antirazziste, per formulare altri criteri con cui valutare opere di finzione, anche a causa dei limiti del test stesso.[61] Durante interviste condotte da FiveThirtyEight nel 2017, diverse donne che lavorano nell'industria della televisione hanno proposto molti altri test proponendo la presenza di più donne, "migliori" storie, donne dietro le quinte, e più diversità.[62]

Test su questioni di genere nelle opere di finzione[modifica | modifica sorgente]

Zeisler cita il Mako Mori test[61], formulato originariamente da un'utente di Tumblr[63], che prende il nome dall'unico personaggio femminile rilevante nel film del 2013 Pacific Rim, interpretato da Rinko Kikuchi. Questo test determina se un personaggio femminile è coinvolto in un arco narrativo che non consiste nel fare da supporto alla storia di un uomo[61]. La fumettista Kelly Sue DeConnick ha proposto nel 2012 il sexy lamp test ("test della lampada sexy"), così formulato: «Se puoi sostituire il tuo personaggio femminile con una lampada sexy e la storia fondamentalmente funziona ancora, forse hai bisogno di un'altra bozza»[64][65].

Lo Sphinx test della compagnia teatrale Sphinx di Londra controlla l'interazione delle donne con altri personaggi, quanto sono rilevanti nell'azione, quanto sono proattive o reattive e se sono rappresentate in modo stereotipato. Il test è stato concepito nel 2015 con lo scopo di «incoraggiare chi lavora nel teatro a pensare a come scrivere più ruoli e migliori ruoli per le donne», come risposta a una ricerca che dimostrava che nel 2014 erano scritti per le donne il 37% dei ruoli teatrali.[66]

Test su caratteristiche diverse dal genere[modifica | modifica sorgente]

Orientamento sessuale[modifica | modifica sorgente]

Il Vito Russo test, creato nel 2013 dall'associazione LGBT nota come GLAAD e intitolato al suo fondatore Vito Russo, riguarda la rappresentazione dei personaggi LGBT nei film. Il test è superato se il film contiene un personaggio che si può identificare come gay, lesbica, bisessuale o transessuale, che non è caratterizzato solo o prevalentemente dal suo orientamento sessuale, e che è inserito nella trama in modo che la sua rimozione avrebbe un effetto significativo[67][68].

Colore della pelle[modifica | modifica sorgente]

Un test proposto dal critico televisivo Eric Deggans determina se un film che non tratta il tema razziale abbia almeno due personaggi non bianchi nel cast[61]. Un test simile, proposto nel 2013 dallo scrittore Nikesh Shukla, verifica se «due personaggi appartenenti a minoranze etniche si parlano l'un l'altro per più di cinque minuti riguardo a qualcosa di diverso dal colore»[69][70].

La critica cinematografica Manohla Dargis del New York Times ha proposto a gennaio 2016 il DuVernay test, che prende il nome dalla regista Ava DuVernay e determina se «gli afroamericani e altre minoranze hanno vite pienamente realizzate invece che fungere da sfondo in storie di bianchi»[71] Questo test punta a sottolineare la mancanza di persone non bianche nei film di Hollywood, valutando la loro importanza per un film in particolare e la mancanza di ingiustificate interazioni con attori bianchi.[72]

Nadia Latif e Leila Latif del The Guardian hanno suggerito nel 2016 una serie di cinque domande:

  • Ci sono due personaggi non bianchi con un nome?
  • Pronunciano battute?
  • Non hanno una relazione amorosa l'uno con l'altro/a?
  • Pronunciano battute che non servano a confortare o aiutare un personaggio bianco?
  • Uno di loro è sicuramente diverso dal personaggio tipo del Magical Negro ("negro magico")?[73]

Test in altri ambiti[modifica | modifica sorgente]

Il test di Bechdel ha anche ispirato test riguardanti ambiti diversi dalla finzione. Laurie Voss, chief technology officer del programma npm, ha proposto nel 2015 un test di Bechdel per il software. Il codice sorgente supera il test se contiene una funzione scritta da una sviluppatrice donna che richiama una funzione scritta da un'altra sviluppatrice donna.[74] Questo attirò l'attenzione della stampa[75][76] quando l'agenzia del governo degli Stati Uniti 18F analizzò il proprio software secondo questo criterio.[77]

Il test di Bechdel ha anche ispirato il test di Finkbeiner, proposto nel 2013 dalla giornalista freelance Christie Aschwanden per aiutare i giornalisti a evitare i pregiudizi di genere quando scrivono sulle donne nella scienza. Il test, che prende il nome dalla giornalista Ann Finkbeiner, prevede che il giornalista non menzioni il fatto che una scienziata è una donna, il mestiere del marito, il modo in cui organizza il prendersi cura dei bambini, come fa crescere professionalmente i suoi subalterni, come è stata presa alla sprovvista dalla competitività nel suo campo, come è un modello per le altre donne e il fatto che è la prima donna a fare qualcosa[78]. Il test è stato usato più volte dai giornalisti per criticare altri articoli.[79][80][81][82]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Quanti film passano il test di Bechdel?, il Post, 19 maggio 2014. URL consultato il 24 agosto 2019.
  2. (EN) Alison Bechdel Audio Name Pronunciation, su teachingbooks.net. URL consultato il 30 dicembre 2017 (archiviato il 30 dicembre 2017).
  3. Van Raalte, pp. 16-17.
  4. 4,0 4,1 (EN) Kathleen Martindale, Un/Popular Culture: Lesbian Writing After the Sex Wars, Albany, State University of New York Press, 1997, p. 69, ISBN 978-0-7914-3289-1.
  5. 5,0 5,1 (EN) Allison Bechdel (testi e disegni); Dykes to Watch Out For, n. 1, Firebrand Books, ottobre 1986, p. 22, ISBN 978-0932379177.
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  7. (EN) Tad Friend, Funny Like a Guy: Anna Faris and Hollywood's woman problem, in The New Yorker, 4 aprile 2011, p. 55. URL consultato il 17 settembre 2011 (archiviato il 1º luglio 2014).
  8. 8,0 8,1 (EN) Allison Bechdel, Testy, su dykestowatchoutfor.com, 8 novembre 2013 (archiviato il 4 aprile 2015)..
  9. 9,0 9,1 (EN) Megan Garber, Call It the ‘Bechdel-Wallace Test’, The Atlantic, 25 agosto 2015. URL consultato il 24 agosto 2019.
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  11. Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di Maria Antonietta Saracino, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48462-4.
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  13. 13,0 13,1 (EN) Faith Lawrence, SPARQLing Conversation: Automating The Bechdel–Wallace Test (PDF), Paper presented at the Narrative and Hypertext Workshop, Hypertext 2011, giugno 2011. URL consultato il 26 luglio 2012 (archiviato il 7 novembre 2013).
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  15. 15,0 15,1 15,2 (EN) Charles Stross, Bechdel's Law, su Charlie's Diary, 28 luglio 2008. URL consultato il 26 luglio 2012 (archiviato il 25 agosto 2012).
  16. 16,0 16,1 (EN) Mark Harris, I Am Woman. Hear Me... Please!, Entertainment Weekly, 6 agosto 2010. URL consultato il 26 luglio 2012 (archiviato il 22 aprile 2012).
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  21. «a little lesbian joke in an alternative feminist newspaper», (EN) Kinsee Morlan, Comic-Con vs. the Bechdel Test, San Diego City Beat, 23 luglio 2014. URL consultato il 15 agosto 2014 (archiviato dall'url originale il 16 marzo 2015).
  22. «the standard by which feminist critics judge television, movies, books, and other media», in (EN) Kay Steiger, No Clean Slate: Unshakeable race and gender politics in The Walking Dead, in James Lowder (a cura di), Triumph of The Walking Dead, BenBella Books, 2011, p. 104, ISBN 978-1-936661-13-8. URL consultato il 20 aprile 2014.
  23. «almost a household phrase, common shorthand to capture whether a film is woman-friendly», in (EN) Aja Romano, The Mako Mori Test: 'Pacific Rim' inspires a Bechdel Test alternative, The Daily Dot, 18 agosto 2013. URL consultato il 15 settembre 2013 (archiviato il 28 aprile 2015).
  24. (EN) Ross McGuinness, The Bechdel test and why Hollywood is a man's, man's, man's world, Metro, 18 luglio 2013. URL consultato il 15 settembre 2013 (archiviato il 17 marzo 2015).
  25. «it articulates something often missing in popular culture: not the number of women we see on screen, but the depth of their stories, and the range of their concerns».
  26. «commentary on how media representations enforce harmful gender norms», in (EN) Dean Spade e Craig Willse, Norms and Normalization, in Lisa Disch e Mary Hawkesworth (a cura di), The Oxford Handbook of Feminist Theory, Oxford University Press, 2016, p. 556, ISBN 978-0-19-932858-1.
  27. 27,0 27,1 (EN) Associated Press, Swedish cinemas take aim at gender bias with Bechdel test rating, The Guardian, 6 novembre 2013. URL consultato l'8 novembre 2013 (archiviato il 28 marzo 2014).
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]


Tema(i) : cinema femminismo sociologia



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