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Democrazia islamica

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La democrazia islamica o islamismo democratico o Islam democratico è una ideologia politica e una forma di governo che intende applicare principi dell'islam alla politica pubblica all'interno di un contesto democratico. La teoria politica islamica specifica tre caratteristiche essenziali per una democrazia islamica a pieno titolo: la legge si basa sulla sharia, le cariche pubbliche devono essere elette dal popolo e dedicate a praticare una forma di "shura", una forma di consultazione che si può trovare utilizzata all'interno di molte organizzazioni religiose islamiche.[1] Nazioni che aderiscono a queste caratteristiche includono l'Afghanistan, l'Iran, il Pakistan e la Malaysia. Invece l'Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti sono esempi di stati che non aderiscono a principi di democrazia islamica pur avendo l'islam come religione di stato, poiché queste nazioni non organizzano elezioni. Fra le democrazie islamiche, l'espressione della legge è diversa poiché le interpretazioni della sharia variano; tuttavia, per il fatto di dover basare la legge su precetti religiosi anziché liberamente, molte di queste nazioni sono ritenute forme di democrazia illiberale.

Stati democratici islamici[modifica | modifica sorgente]

Alcune nazioni a maggioranza islamica non seguono invece questa visione della democrazia, preferendo una democrazia liberale simile a quella occidentale, ove la sharia non ha alcun ruolo nel sistema giuridico, diventando stati laici come la Turchia, l'Egitto, la Tunisia, l'Indonesia o l'Iraq, in cui i partiti islamici hanno un ruolo simile ai partiti cristiano-democratici in Europa. Recentemente, molti storici mettono in dubbio la natura laica e democratica della democrazia turca a seguito dell'influenza dell'AKP sulla politica nazionale[2] (non nel senso che non si facciano elezioni, ma nel senso che le opposizioni sono schiacciate). Analoghi dubbi vi sono per la natura democratica (per quanto laica) del regime militare egiziano di Al Sisi (in quanto in questo paese il Presidente dal 1952 al 2005 è stato eletto in consultazioni popolari con un solo candidato e nel 2013 vi è stato un colpo di stato).

I concetti di liberalismo e partecipazione democratica erano già presenti nell'epoca d'oro islamica.[3][4][5] Il califfato dei Rashidun è spesso citato dai proponenti della democrazia islamica come un esempio di uno stato democratico antico e affermano che lo sviluppo della democrazia nel mondo islamico sia fermato al seguito della divisione fra sunniti e sciiti.[6]

Il rapporto tra religione e politica[modifica | modifica sorgente]

Il riferimento tradizionale sulla democrazia dei sunniti nella storia del califfato è l'esempio dei "califfi ben guidati", cioè i primi quattro dopo Maometto (Abū Bakr, Omar, Othman e Ali). Da notare che tutti e quattro furono eletti (da una ristretta cerchia di notabili) e quindi, secondo i musulmani liberali, il Sunnismo avrebbe in teoria una predilezione per la democrazia.

I sostenitori della democrazia islamica che si rifanno all'elezione dei califfi rashidun, propongono che la umma islamica (dal Marocco all'Indonesia) elegga un gruppo ristretto di delegati-elettori (che potrebbero riferirsi ai 4 madhab sunniti, più lo sciismo, più l'ibadismo, magari con peso elettorale equivalente alla popolazione di questi gruppi) che eleggerebbero il Segretario della Organizzazione della cooperazione islamica.

Per l'aspetto teorico, la democrazia islamica si costituirebbe comunque con il mettere gli aspetti normativi del Corano nella costituzione e poi far legiferare il parlamento sul resto (come la costruzione delle fognature, di cui non parlano ne il Corano ne la Sunna, per esempio).

L'ideologia[modifica | modifica sorgente]

In genere nei paesi a maggioranza musulmana dove si fanno elezioni vi sono partiti islamici di destra (più o meno tradizionalisti come i fratelli musulmani) e partiti di area più di sinistra (vedi socialismo islamico).

Si ricorda tra l'altro che non tutte le monarchie musulmane sono assolute (come l'Arabia Saudita), ma ce ne sono anche di costituzionali (come il Bahrein, la Giordania, il Kuwait ed il Marocco).

Quindi i fari e l'avanguardia della democrazia islamica nel sunnismo sono a oggi la Tunisia, l'Indonesia, il Senegal, la Mauritania, il Bangladesh, la Malaysia, il Libano ed il Pakistan e nello sciismo l'Iraq e, se si aggiungono anche le monarchie costituzionali, il Bahrein, la Giordania, il Kuwait ed il Marocco. Magari in futuro le sedicenti democrazie Turchia, Egitto ed Iran potranno entrare anche sostanzialmente nel novero delle democrazie islamiche.

La primavera araba e la politica islamica[modifica | modifica sorgente]

Oggi, virtualmente ogni espressione della democrazia islamica fa parte dell'Unione parlamentare degli Stati membri della OIC, tuttavia l'impatto dell'islam nelle leggi dei suoi membri varia sensibilmente. Data la natura poco democratica dell'attuale Iran (che vede la propria carica principale venire da un clero non eletto), molti musulmani democratici pensano che la sede centrale di questa istituzione debba esse trasferita da Teheran a Tunisi o a Giacarta o a Beirut o a Islamabad (e magari in futuro Ankara o il Cairo se e quando avranno risolto definitivamente i propri problemi di democraticità) o a Baghdad o a Dakar o a Dacca o a Nouakchott o a Kuala Lumpur o, se si aggiungono anche le monarchie costituzionali, a Manama, o ad Amman, o ad Al Kuwait, o a Rabat.

Il movimento internazionale islamico Fratelli musulmani sostiene di perseguire la democrazia islamica, ma che in alcuni paesi musulmani i politici eletti regolarmente poi non vanno al governo (come Morsi in Egitto).

Si ricorda che la primavera araba iniziata nel 2010 è scoppiata per ragioni economiche ma anche per un'aspirazione popolare alla democrazia (negata sostanzialmente anche nei rari casi in cui era concessa formalmente).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Najib Ghadbian, Democracy or Self-Interest?, in Harvard International Review, 6 luglio 2003. URL consultato il 19 ottobre 2011.
  2. (TR) "AKP'nin hedefi İslami demokrasi", su CNN Türk, 09-03-12. URL consultato il 09-03-12.
  3. Christopher G. Weeramantry, Justice Without Frontiers: Furthering Human Rights, The Hague, Kluwer Law International, 1997, pp. 134–5, ISBN 90-411-0241-8.
  4. Antony T. Sullivan, Istanbul Conference Traces Islamic Roots of Western Law, Society, in Washington Report on Middle East Affairs, gennaio–February 1997, p. 36. URL consultato il 29 febbraio 2008.
  5. Lenn Evan Goodman, Islamic Humanism, New York, Oxford University Press, 2003, p. 155, ISBN 0-19-513580-6.
  6. Azizah Y. al-Hibri, Islamic and American Constitutional Law: Borrowing Possibilities or a History of Borrowing, in University of Pennsylvania Journal of Constitutional Law, vol. 1, nº 3, 1998–1999, pp. 492–527 [507–25].

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Tema(i) : islam politica



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